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DIMA

Al quinto mese di gravidanza e da poco senza dimora, Dima entra nella clinica di Caritas a Beirut.

Soltanto una settimana prima era nella sua casa ad Aleppo, che per qualche mese lei e suo marito Haroud, appena sposati, avevano abitato prima che una bomba colpì l'edificio. Accovacciandosi tra le macerie, ringraziò Dio di essere ancora viva e salva.

Non era la prima volta che si trovò nel mezzo di un attacco aereo - durante la loro festa di fidanzamento sulla chiesa erano cadute delle bombe. "Vivevamo in prima linea. Il regime usava la nostra area per colpire l'opposizione, e l'opposizione sparava verso di noi. Il gas diventò molto costoso. Il carburante fu razionato e l'inverno ad Aleppo diventò molto duro. Rimanemmo per un lungo periodo nonostante la situazione difficile perché non volevamo lasciare la nostra casa. Speravamo che le cose sarebbero migliorate."

Dima e Haroud vissero in carenza di scorte e sotto bombardamenti, senza volersene andare. Ma la situazione cambiò quando scoprirono di avere un bambino in arrivo di cui prendersi cura.
Terrorizzati dall'idea della fuga, fecero tuttavia i bagagli con quello che poterono portare con sé e fuggirono.

Andarono dai genitori di Haroud, che due anni prima si erano trasferiti nel quartiere armeno di Beirut, Bourj Hammoud. La famiglia di Haroud è armena, mentre quella di Dima è siriana-ortodossa. La coppia si incontrò in chiesa.

La priorità fu trovare una clinica dove Dima potesse fare controlli regolarmente durante la gravidanza. Ma come trovarla in Libano, dove quasi tutto il sistema sanitario è privatizzato, dove si trovavano entrambi senza lavoro e con poco denaro? La famiglia di Haroud le parlò di Caritas.

"Ho sentito molte cose su Caritas e sull'ottima assistenza che forniscono gratuitamente. In Siria consultare un medico non era molto costoso. Ma qui in Libano tutto è molto costoso, soprattutto la sanità."

La clinica Caritas è una dei pochi posti a Beirut dove una donna incinta, Libanese o Siriana, può ricevere assistenza pre-natale gratuitamente.
Dima fu visitata da un dottore, che le disse di venire regolarmente per fare ecografie gratuite, esami del sangue e tutte le altre visite di controllo necessarie durante la gravidanza.
Anche se la clinica non era provvista di una sala parto, dopo la nascita del bambino avrebbe continuato a ricevere assistenza post parto e vaccinazioni gratuite per il bambino.

Quel giorno Dima era ottimista. Nonostante lo sconvolgimento causato dal trasferimento era contenta di essere a Beirut, in salvo dai bombardamenti, e di sapere che la gravidanza e la salute del bambino sarebbero state seguite.
Ciò di cui avrebbe avuto bisogno era un lavoro per Haroud, che in Siria faceva il tipografo. Non sapeva ancora se il bambino era maschio o femmina, in ogni caso "la cosa più importante è la salute".

Quattro mesi dopo, quasi al termine della gravidanza, il cambiamento in Dima era percepibile ben oltre la crescita del suo pancione. Entrando nella clinica di Caritas per l'ultima visita di controllo sembrava tesa, infelice. L'immediato sollievo di sentirsi in salvo era svanito, sostituito dalle preoccupazioni della vita, mescolate al nervosismo che qualsiasi donna prova appena prima di partorire il primo figlio.

"Sono molto più stressata e ansiosa. Sta per nascere il mio primo figlio e mia madre non sarà presente, sono lontana da casa e da tutto ciò che mi è familiare. Sono sempre preoccupata per i soldi e per quello che ne sarà di noi. Non avrei mai immaginato di avere un figlio lontano da casa."

Haroud ha finalmente trovato un lavoro -in un ristorante e non come tipografo- ma il suo stipendio in Libano non è abbastanza, visto quanto il costo della vita supera i salari.

"Il Libano è così caro", sospira Dima, "tutto qui costa molto più che in Siria: cibo, trasporti, affitto, vestiti. Le cose per il bambino sono così costose qui che abbiamo dovuto chiedere alla nostra famiglia di mandarcele dalla Siria. E' difficile. La pressione ti spezza."

Hanno anche valutato di ritornare in Siria quando hanno realizzato quanto è tutto così difficile in Libano, ma adesso la strada per Aleppo è chiusa e la situazione molto peggiorata.
Nonostante ciò, Dima spiega che "se non fosse stato per Caritas, non avremmo potuto vivere a Beirut. Se avessi dovuto pagare $100 ogni volta che dovevo visitare un dottore, non ce l'avremmo fatta e saremmo dovuti rientrare in Siria, in qualche zona meno pericolosa di Aleppo."

Sorride timidamente mentre dice che adesso sanno di aspettare una bambina. "Voglio solo vivere in pace e avere un posto dove crescere mia figlia", dice. Quale madre vorrebbe dell'altro?

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