sconfinati
Nana

Una lezione di umanità

Quest'inverno ho avuto la possibilità di conoscere da vicino la realtà dell'isola greca di Lesbo, partecipando in qualità di volontaria al progetto #Volontarincampo di Save the Children - supportando lo staff dell'organizzazione nelle attività con migranti e rifugiati in Grecia. Passare del tempo sull'isola di Lesbo è stato per me un'esperienza molto intensa e significativa – che mi ha permesso di incontrare i volti e le storie di quelle persone che, spesso, sono ricordate dai media – e dal senso comune in generale - solo nei numeri e nelle statistiche della cosiddetta "crisi migranti".
L'isola di Lesbo, che si trova appena di fronte alla costa occidentale turca, rappresenta per la maggior parte dei rifugiati e migranti della Balkan Route il primo approdo in Europa. Per queste persone in fuga da guerre, dittature e miseria, questo viaggio si presenta, spesso, come l'unica possibilità di salvezza. La maggior parte delle persone e delle famiglie che ho incontrato nel campo di Moria –adibito per le pratiche di registrazione- sono siriane, afgane ed irachene, qualcun altro arriva dall'Eritrea, dal Nord Africa e dal Pakistan. Le persone che approdano sulle coste dell'isola sono circa a metà del loro viaggio: partite dalle zone del Medio Oriente e giunte in Turchia, spesso dopo lunghi tratti a piedi o in balia di trafficanti, hanno affrontato il tratto di mare che divide le coste turche da quelle greche. Una volta giunte a Lesbo, dopo essersi registrati nel campo di Moria, partiranno con il traghetto che li porterà ad Atene e, pian piano, si muoveranno sempre più a nord, attraverso la Macedonia, la Serbia, la Slovenia e la Croazia, verso il cuore dell'Europa.
Il primo impatto che ho avuto al mio arrivo a Lesbo è stato quello di un continuo contrasto di emozioni e di impressioni: l'isola è molto bella, scorci mozzafiato sul mare, natura incontaminata, colline di ulivi e magici tramonti. Poi, però, proprio in quegli scorci, si trovano i salvagenti arancioni, i vestiti e le calzature fradicie e i resti dei gommoni con cui rifugiati e migranti hanno affrontato il mare che separa le coste turche da quelle dell'isola. Il contrasto tra la bellezza del paesaggio e la drammaticità dell'emergenza che ormai da mesi l'isola si trova ad affrontare è continuo e pregnante.
Sebbene i vari momenti di formazione mi avessero ben preparato ad affrontare la quotidianità del campo profughi, anche la prima impressione del campo di Moria è stata molto forte: tanta gente, tanta confusione, tanta immondizia, tende ed accampamenti di fortuna nonostante la stagione fredda e le basse temperature invernali.
Save the Children, Organizzazione internazionale indipendente dedicata dal 1919 a salvare i bambini e a promuovere i loro diritti con cui ho collaborato nelle mie settimane di permanenza sull'isola, si occupa, in particolare, della gestione di uno spazio a misura di bambino, in cui i più piccoli possono trascorrere il loro tempo nella tranquillità di un luogo protetto e a loro dedicato, colorato e spensierato, punto di riferimento anche per le loro famiglie.
Le attività che, insieme agli altri volontari e allo staff abbiamo proposto ai bambini sono varie: i più piccolini giocano soprattutto con le costruzioni e i puzzle, per i più grandi si organizzano molti giochi di squadra. In questo spazio i bambini hanno la possibilità di disegnare, colorare, creare, cantare e ballare. La forza dei bambini, in questo contesto così complesso, mi ha quotidianamente spiazzato. L'energia, la spensieratezza e l'entusiasmo con cui si facevano trasportare nei momenti di gioco è stata una lezione di speranza e di resilienza che porto tuttora con me.
Un'altra attività che mi ha coinvolto in prima persona è quella della distribuzione dei pasti e delle giacche per i bimbi. Il momento della distribuzione è molto bello, perché rappresenta una profonda forma di incontro con le persone. Scambiare qualche parola per conoscere i loro vissuti, condividere qualche pensiero sul Paese da cui provengono e sul loro sogno di una nuova vita in Europa mi ha permesso di incontrare storie, di speranze e di angosce, di malinconia e di nuovi inizi.
In generale, quello che ogni volta mi ha stupito, è quanto le persone incontrate siano simili a me e alle persone che mi stanno normalmente intorno: ragazze e ragazzi che stavano completando i loro studi universitari, famiglie con bambini e nonni, unite da un bellissimo legame famigliare, giovani coppie con le speranze dei miei stessi coetanei. L'unica cosa che ci differenzia è il contesto in cui siamo cresciuti. La quotidianità da cui queste persone stanno scappando è fatta di sofferenze e dolore, di guerra e povertà, di regimi autoritari e violenza. Contesti che, probabilmente, non riuscirò mai a capire fino in fondo, avendo avuto la fortuna di nascere in una parte diversa del mondo.
Ogni persona incontrata è una storia che vorrei che il mondo conoscesse, perché può essere una lezione di vita, di umiltà e di dignità. L'incontro con queste persone mi ha aiutato a ridimensionare i miei problemi e a reimpostare le mie priorità, mi ha trasmesso una forza nuova e piena, che poche altre volte nella vita ho provato.

Allo stesso tempo, non sono mancati i momenti di sconforto e di nodi alla gola.
Durante le notti di cattivo tempo, non potevo che pensare alle difficoltà delle persone che non sono riuscite a trovare riparo negli shelters e che stavano riposando in tende e rifugi di fortuna.
Nello Spazio a Misura di Bambino, quando i bimbi si trovano davanti i fogli bianchi e i colori, disegnano spesso case e alberi e bambini che giocano, simbolo di speranza e di nuovi inizi. Tuttavia, a volte, alcuni bambini riempivano il foglio con immagini di croci nel mare e di corpi annegati, di sangue e di fuoco, di lacrime. Ogni volta era un brivido freddo e un nodo alla gola: non mi sembrava possibile che un bambino potesse aver sperimentato tale sofferenza. Ogni volta mi ripetevo: "non è giusto".
Un altro episodio che mi ha colpito in modo particolare è stato quello dello sbarco. Una domenica, trovandomi nella parte nord dell'isola, mi è capitato di assistere allo sbarco di un gommone. È stato un momento emotivamente molto intenso. Mi sono sentita impotente davanti all'intensità della scena, davanti al coraggio di queste persone, davanti, ancora una volta, alla forza che li accompagna in questo viaggio. Mi sono sentita impotente davanti ad un sistema ingiusto che non riesce a garantire modalità di viaggio più sicure. Osservando quelle persone che, toccata la costa greca, pregavano e ringraziavano Dio per avercela fatta, mi ha fatto capire, ancora una volta, che non è giusto che persone, famiglie con bambini ed anziani, a volte con persone disabili, affrontino un viaggio del genere, ammucchiati su un gommone che dovrebbe contenere la metà della metà delle persone, pagando per una tratta di poche ore somme esorbitanti ai trafficanti (il prezzo che i trafficanti chiedono per la tratta in mare è di circa 800 euro a persona). Nonostante l'intensità delle emozioni provate, ritengo che, forse, sia stato importante anche sperimentare questo sentimento di impotenza.
Al campo di Moria, nonostante tutto, ho davvero respirato la grande speranza delle persone. Spesso, quando rifugiati e migranti arrivano a Lesbo, sopravvissuti alla tratta di mare, pensano che sia la fine delle loro sofferenze. Purtroppo non è così. Il resto del viaggio, della Balkan Route, è ancora pieno di incertezze e di punti interrogativi, di altre frontiere da superare, di attese per pratiche burocratiche dall'esito insicuro.

Ringrazio l'isola di Lesbo, tutti i rifugiati e i migranti incontrati, i volontari che sono arrivati a dare una mano da tutte le parti del mondo, gli isolani e i vari operatori umanitari per la lezione di vita che mi hanno insegnato.
Quello che vorrei dire a chi leggerà della mia esperienza è piuttosto banale ma, nella sua semplicità, determinante: ricordiamoci che quando parliamo del fenomeno migratorio, di rifugiati e di profughi, parliamo di persone, di storie, di vissuti, di speranze e di nuovi inizi: di umanità.
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