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Haiti

HAITI

Parlando di migrazioni e di povertà ci sembra logico pensare ad Haiti, piccolo Paese Caraibico, che ci ha visto fortemente impegnati come Caritas Ambrosiana e diocesi di Milano negli ultimi anni.

Secondo gli storici, i primi abitanti di Haiti raggiunsero l'isola nel 2600 a.C., chiamata all'epoca Quisqueya (culla della vita), provenendo dal Sud America e dall'estremità meridionale delle Piccole Antille; si succedettero altre migrazioni fino a quando nel 700 d.C. arrivarono altri "viaggiatori" dal Venezuela, i Tainos, che si fermarono e battezzarono questa appunto Ayiti, "Terra montagnosa" nella loro lingua.

Quando alla fine del 1492 Colombo sbarcò nel nord di Haiti e fondò il primo insediamento coloniale nel Nuovo Mondo, sull'isola vivevano circa 500.000 Tainos. In poco più di 25 anni gli indigeni vennero decimati dalle malattie portate dai conquistatori europei e dalle pessime condizioni di vita conseguenti alla sottomissione.
Fu così che, progressivamente, prima gli spagnoli, interessati all'oro, e poi i francesi, che dalla fine del XVII secolo installarono distese di piantagioni di canna da zucchero, decisero di portare ad Haiti decine di migliaia di schiavi dall'Africa occidentale.
Nessun haitiano oggi ha le sue radici in Haiti, circa il 90% discende da quegli schiavi, per il resto si tratta di meticci con i discendenti dei conquistatori. Una popolazione, potremmo dire, totalmente "migrante" .

Haiti è stato il primo Paese nel continente americano a raggiungere l'indipendenza dalla colonia nel 1804. Considerata fino alla metà del XX secolo la "perla delle Antille" , una delle principali destinazioni turistiche caraibiche, nei decenni successivi, con l'arrivo dei Duvalier (papa Doc e Baby Doc) diventa uno degli Stati più corrotti e poveri dell'emisfero settentrionale. Anche con la caduta dei Duvalier nel 1986 Haiti non decolla, affossata da corruzione, colpi di stato militari, instabilità politica ed economica.

Oggi è il Paese più povero del continente americano; il Rapporto delle Nazioni Unite sullo Sviluppo Umano lo collocano nel 2015 al 163° posto su 188 Paesi classificati (Italia: 27°), con una speranza di vita di meno di 63 anni (Italia: 83,1) e un PIL pro-capite annuo di 1.669 dollari (Italia: 33.030). Il 58,5% della popolazione vive sotto la soglia della povertà.

Otto milioni di persone vivono senza elettricità, cinque milioni non sono in grado di leggere e scrivere e meno del 10% ha un lavoro formale.

Da decenni si registrano due tipi di flussi migratori: il primo interno, in particolare verso la capitale (3,5 milioni di abitanti sui 10,5 milioni totali), come mostra la percentuale di popolazione urbana passata dal 28,5% del 1990 al 57,4% del 2014.
Il secondo flusso verso l'esterno, in particolare Stati Uniti e Repubblica Domenicana, la cosiddetta "diaspora"; i dati non sono concordi e si collocano tra i 2 e i 3 milioni di haitiani all'estero, che producono più di un quinto del Prodotto Nazionale Lordo (21,1% secondo la Banca Mondiale nel 2013), il doppio del valore delle esportazioni nazionali.

La povertà, accentuata dalla crisi energetica di fine anni '70, è al tempo stesso causa ed effetto di una estrema deforestazione del Paese: prima il taglio del legname pregiato per il mercato americano, poi la produzione di carbone fossile per usi domestici, ha ridotto la superficie forestale di Haiti ad un 3,6%, con una diminuzione del 14,3% in meno di 25 anni.
La schiavitù, in maniera informale e occulta, è tutt'oggi presente: i dati UNICEF del 2013 parlano di circa 300.000 bambini nella condizione di restavek (schiavitù domestica). Si tratta di bambini inviati da famiglie rurali e povere a vivere, in cambio di servizio domestico, in famiglie nelle periferie urbane, con la speranza di miglioramento delle vita dei propri figli. Con il risultato che migliaia di bambini lavorano illegalmente e senza compenso nelle abitazioni, spesso abbandonati a se stessi, malnutriti e abusati.

Un altro ostacolo allo sviluppo economico è rappresentato dalla dilagante violenza che, negli ultimi 20 anni, ha tormentato la vita politica e sociale di Haiti. Da mesi non si riesce a concludere un processo elettorale iniziato ad agosto 2015, aumentando il senso di smarrimento ed insicurezza. L'economia di mercato haitiana dovrebbe godere dei vantaggi derivanti dal basso costo della manodopera, dal prezzo agevolato del petrolio e dall'accesso libero al mercato statunitense per gran parte delle sue esportazioni. In realtà, la povertà, la corruzione, la vulnerabilità ai disastri naturali e la mancanza di una forza lavoro qualificata e istruita tengono in scacco il Paese e tendono a vanificare ogni piccolo progresso. Più del 90% dei lavoratori è occupato nell'economia sommersa. Dall'altro lato gran parte dell'economia nazionale è concentrata nelle mani di 15 grandi famiglie haitiane; Haiti, risulta così al 134° posto su 140 Paesi in termini di capacità economica e competitiva secondo le stime internazionali (Global Competitiveness Report, 2015). Considerato il debole sistema legale e l'alto livello di interferenze politiche nelle decisioni giudiziarie, gli investitori stranieri non sono propensi ad investire i loro capitali nel Paese.

In questo contesto complicato la diocesi di Milano sostiene l'impegno della Chiesa locale dal 2003, attraverso la presenza di missionari fidei donum nella diocesi di Port-de-Paix, la regione più povera del Paese. Ed è attraverso di loro che Caritas Ambrosiana ha sostenuto i primi piccoli interventi fino al 2009; poi, dopo il terribile terremoto del 12 gennaio 2010, la collaborazione si è intensificata anche tramite l'intervento coordinato con Caritas Italiana e Caritas Internationalis.
Da un lato abbiamo contribuito a sostenere gli interventi di emergenza terremoto e colera, di ricostruzione e di sviluppo in diverse località del Paese di iniziative locali di diocesi, congregazioni, associazioni e cooperative, per il quale rimandiamo ai report annuali di Caritas Italiana e alla sezione del nostro sito dei progetti realizzati ad Haiti.

Dall'altro ci siamo concentrati nell'affiancamento della Caritas diocesana di Port-de-Paix convinti che per uno sviluppo sostenibile occorre rafforzare gli attori locali di cambiamento, che conoscono il territorio e la cultura e che possono favorire una partecipazione diretta delle comunità locali. Da 3 anni è iniziato un processo organizzativo e formativo delle Caritas nelle parrocchie e si sono attivati alcuni progetti di costruzione, salute, formazione professionale, nell'attesa di sperimentare piccole iniziative di sviluppo agricolo ed economico.
A questi si aggiunge un intervento a favori dei minori, tra cui i restavek, e dei giovani in una delle periferie marginali della capitale Port-au-Prince, attivato a fine 2010 dalle Piccole Sorelle del Vangelo.

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