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Povertà economica

POVERTA' ECONOMICA

Guerre e cambiamenti climatici non sono le uniche cause delle migrazioni nel mondo. E, seppur stiano pesando sempre più, non sono forse le più importanti a livello quantitativo.

Da che mondo è mondo le persone si sono spostate alla ricerca di migliori condizioni di vita, di un futuro più sicuro, di una vita più degna, di una prospettiva migliore.

Oggi continuano a farlo, in numero crescente.

Migrano perché sono tante, troppe, oltre un miliardo, le persone che vivono con meno di 1,25 dollari al giorno e perché la ricchezza è sempre più concentrata nelle mani di pochi: il 20% più ricco al mondo possiede il 94,5% della ricchezza mondiale.

Migrano perché nel proprio Paese soffrono una drammatica insicurezza alimentare, come abbiamo denunciato lo scorso anno con la campagna "Una sola famiglia umana: cibo per tutti" e con la presenza in Expo, riferendoci alle 805 milioni di persone che al mondo non hanno cibo a sufficienza.

Migrano perché non riescono a trovare un lavoro dignitoso che consenta di garantire loro e alle proprie famiglie uno standard di vita accettabile.

Migrano perché le loro terre e i loro territori sono sempre più spogliati da uno sfruttamento dissennato delle risorse del suolo e del sottosuolo, generando un impoverimento dell'habitat naturale, contribuendo ad un inquinamento crescente dei terreni e delle acque e intensificando un processo di urbanizzazione incontrollata e insostenibile.

Migrano da Paesi in cui dilaga la corruzione, i diritti umani sono negati, da Stati deboli che non garantiscono un accesso all'educazione e alla salute, da situazioni politico-economiche instabili.

Migrano per raggiungere i loro parenti e famigliari, che prima di loro hanno inseguito questo sogno e che oggi cercano di condividerlo ai loro cari. Esiste una sorta di diversificazione delle strategie famigliari, per cui alcuni partono e tanti restano. Sono dinamiche connesse: ci si muove per poter rimanere, si rimane se qualcuno può partire. Come sostengono i promotori della campagna "Il diritto di rimanere nella propria terra" voluta da papa Francesco e dalla CEI: "… il diritto a rimanere, il diritto a una vita migliore nei propri Paesi, deve essere accompagnato dal diritto alla mobilità, perché le migrazioni sono una strategia importante delle famiglie per rispondere ai propri bisogni e per accedere a diritti fondamentali … Se il principio è salvaguardare la dignità dell'uomo occorre allora una politica di insieme capace di integrare il diritto a rimanere con quello alla mobilità e all'accoglienza" .

E allora domandiamoci: se noi, cittadini italiani, fossimo in queste situazioni, non cercheremmo di andare altrove, verso destinazioni dove intravediamo per noi e le nostre famiglie un futuro migliore? .

Rimane, purtroppo, una promessa non mantenuta quella fatta ormai 16 anni fa dai capi di Stato dei Paesi ricchi di destinare entro il 2015 lo 0,7% del proprio PIL in Aiuti Pubblici allo Sviluppo dei Paesi poveri e impoveriti. L'anno scorso l'Italia ha aumentato leggermente il proprio contributo rispetto al triennio precedente, arrivando ad uno 0,16% che è ancora troppo poco. Purtroppo l'Italia, la vecchia Europa, il Nord del mondo, sono più preoccupati di fermare i flussi migratori che non di risolvere le cause profonde che li animano. .

Guardiamo indietro negli anni, le motivazioni e le scelte di tutte queste persone non sono le stesse di noi italiani nella storia degli ultimi 150 anni? .
I dati parlano chiaro: dall'Unità di Italia alla fine degli anni '80 più di 30 milioni di italiani hanno lasciato il Bel Paese per conquistare una vita migliore in Paesi che secondo loro potevano offrirla: dapprima viaggiarono quasi esclusivamente verso il continente americano, poi verso il Nordafrica e le colonie africane e dalla fine della seconda Guerra verso gli altri Paesi europei.

Alcuni partivano con il pensiero di non tornare più a casa, altri pensando di fermarsi per poco tempo, quello necessario per racimolare quanto bastava per rientrare e ricominciare con prospettive migliori. Tutti generarono un flusso di rimesse finanziarie cospicuo, un fenomeno crescente che rappresenta ancora oggi per alcuni Paesi una delle principali voci del Prodotto Nazionale Lordo annuo. .
Percentuali a doppia cifra: dal 20 al 40% per diversi Paesi ex-sovietici; una cifra significativa del 21,1% anche per la piccola Haiti, il più povero tra i Paesi del continente americano, al quale dedichiamo un approfondimento speciale.

Tornando agli italiani nel mondo e ai loro discendenti, oggi sono circa 80 milioni gli oriundi italiani nel mondo, 65 milioni solamente tra Argentina, Uruguay, Brasile e Stati Uniti, ormai cittadini di questi Paesi, dove rappresentano rispettivamente il 47%, il 35%, il 13% e il 6% della popolazione nazionale. Mentre sono più di 4 milioni gli italiani che per lavoro, affari, scelte di vita personali e famigliari sono residenti all'estero. .

E se anche questi Paesi avessero voluto respingerci ?

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