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Matthew, Etiopia
Progetto migratorio: Europa

Il mio nome è Matthew, vengo dall'Etiopia.
Nel mio Paese ero un professore di liceo, insegnavo letteratura e scienze civiche. Credo molto nei valori della democrazia e ho cercato di insegnarli ai miei ragazzi, a scuola, ho parlato loro della corruzione del sistema politico, ho spiegato quali sono i diritti del cittadino. Per questa mia attività iniziano a minacciarmi di morte. Per questo ho deciso di scappare: in Etiopia lascio mia moglie e i miei tre figli.
Trovo delle persone che, per una grossa somma, mi promettono l'organizzazione del viaggio fino in Europa. Ma questi trafficanti, a un certo punto, mi affidano ad altri. Non so dove sono, chiedo informazioni ma nessuno mi risponde. Il mio gruppo viene diviso, alcuni compagni vengono affidati ad altri e al gruppo si aggiungono altre persone. A volte ci sono soste lunghe parecchi giorni, i mezzi sono scomodi, spesso cambiamo anche quelli.
Dopo alcuni mesi arriviamo al mare: siamo, dicono, sulle coste della Libia.
Ci caricano in parecchie decine su un barcone.

Sbarco in Italia. Dalla Sicilia arrivo a Como, e qui faccio richiesta di asilo politico. Intanto, da cristiano, mi rivolgo a una chiesa dove conosco un prete che si prende a cuore la mia storia. È lui a mandarmi a Lecco, dove mi ospitano per un periodo in un centro per richiedenti asilo della cooperativa L'Arcobaleno.
Oggi ho 40 anni e lo scorso anno ho ottenuto l'asilo politico con un permesso di soggiorno di 5 anni, lavoro come giardiniere e appena ho potuto ho chiesto il ricongiungimento familiare: da pochi mesi mi hanno raggiunto la moglie e i due figli più piccoli, di 16 e 9 anni. La maggiore ha 22 anni, è maggiorenne e per legge non può usufruire del ricongiungimento familiare: per questo è dovuta restare in Etiopia.
Vorrei ora ottenere il riconoscimento della mia laurea perché il mio sogno è poter continuare a insegnare anche qui in Italia.


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