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In fiera hai letto l'inizio...scopri com'è andata a finire

Wahel, Siria
Progetto migratorio: Europa

Il mio nome è Wahel, sono un ragazzo siriano. Oggi ho 15 anni.
Quando ero piccolo vivevo con la mia famiglia a damasco, poi ci siamo trasferiti in Libano per un paio d'anni, e poi ancora in Sudan. Fu lì che mia madre rimase incinta. Avevo altri due fratellini, io ero il maggiore. Mio padre, un giorno, mi disse che la mamma aveva bisogno di andare in Europa, per far nascere il bimbo, ma non potevamo andare tutti, non avevamo abbastanza soldi. Così saremmo partiti solo io e la mamma. Partimmo da Karthoum, viaggiammo in auto e anche alcuni tratti a piedi, a volte ci chiudevano in stalle o stanze per alcuni giorni.
Successe anche poco prima di imbarcarci per l'Italia. Eravamo chiusi in un appartamento in una città non lontano dal mare, in Libia, e alla mamma si avviarono le doglie. Chiamammo aiuto, gridammo, ma nessuno venne ad aiutarci. Ero molto spaventato, avevo paura che mia madre morisse e che io rimanessi solo. Mi feci forza, e cercai di aiutarla come riuscivo.
All'alba, finalmente, nacque mio fratello. Fui io a tagliare il cordone ombelicale.
Ci imbarcarono dopo qualche giorno.

Siamo arrivati a Milano due mesi dopo lo sbarco. Veniamo accolti a Casa Suraya, un centro per i rifugiati in cui ci siamo sentiti sicuri. Alcuni medici hanno visitato tutti noi profughi, e in particolare mia madre, mio fratello e gli altri bambini. Per fortuna stiamo tutti bene. Un medico mi ha detto che sono stato molto bravo, che anche grazie a me la mamma e il mio fratellino sono vivi.
Dicono che ci daranno un permesso per stare in Italia come rifugiati politici.
Ma mio padre e i miei fratelli sono ancora in Sudan.

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