sconfinati
sconfinati_storie

In fiera hai letto l'inizio...scopri com'è andata a finire

Hajar, Siria
Progetto migratorio: Italia

Il mio nome è Hajar. sono siriana, di Damasco. Ho 22 anni.
Quando già era scoppiata la guerra, conobbi un uomo: ci innamorammo e sposammo. Lui lavorava in Libia, così ho avuto la possibilità di partire con lui, e scappare dal mio Paese.
Ma quando sono rimasta incinta, abbiamo deciso di partire di nuovo: sapevamo che la Libia non era un posto affatto sicuro per far nascere il nostro bimbo. E non avevamo altra possibilità se non quella di attraversare il mare per raggiungere l'Italia.
Abbiamo pagato molti soldi ai trafficanti, eppure ci hanno trattato come animali e ci hanno caricato insieme ad altre 380 persone su un piccolo e malmesso peschereccio.
La barca prende il largo alle 3 di notte. Ora dell'alba molte delle persone sul peschereccio sono già stremate: c'è chi vomita, chi sviene...
Le ore passano e quello che vedo è solo cielo e mare, cielo e mare.
Il sole scotta, le persone continuano a stare male, c'è chi lamenta ustioni.
Il peschereccio inizia imbarcare acqua, dobbiamo gettarla fuori con dei secchi, con tutto quello che troviamo.
Scoppia un litigio. Una donna molto grossa, per sfuggire alla lite, cerca di scavalcarmi e, nella ressa, mi calpesta la pancia. Urlo di dolore, sono sicura che sto abortendo, e svengo.

Quando siamo ormai vicini alla riva, ci raggiunge la guardia costiera e ci soccorre.
Ci aiuta ad arrivare a terra, arrivano i medici.
Si spendono tutti per aiutarci, i soccorritori sono molto attenti e rispettosi di tutti.
Mi portano in ospedale e mi fanno degli esami, e anche un'ecografia. Scoppio a piangere: è la prima volta che sento il battito del cuore del mio bambino. Lui sta bene, e io sono felice.

Ci mandano a Milano, in un centro di accoglienza. Qui ho l'occasione di incontrare una famiglia italiana. Ci aiuta con i vestiti, le scarpe, e poi anche a organizzare la parte successiva del nostro viaggio: vogliamo arrivare in Svezia, dove abbiamo degli amici.
Ci accompagnano fino al confine e ci salutano.

Il viaggio in Europa è ancora lungo, lunghe e diverse tratte in autobus. Molte persone ci aiutano con dei piccoli consigli: forse non dovrebbero, ma ci salvano la vita.

Dopo sei mesi dal nostro arrivo in Svezia abbiamo avuto riconosciuto il diritto a risiedere in territorio svedese. Il nostro bimbo è nato poco dopo, e in questi giorni ha compiuto un anno. Lui è il nostro futuro, però abbiamo perso la nostra famiglia.
Prego di poter rivedere, un giorno, i miei genitori e i miei fratelli.

Torna alla pagina delle storie


sostieniIl diritto di rimanere nella propria terra