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In fiera hai letto l'inizio...scopri com'è andata a finire

Giorgia – Moldavia
Progetto migratorio: Italia

Ho 22 anni. I miei genitori sono separati e io vivo con mio padre e un fratello piu' piccolo in un paesino non lontano dalla capitale. Mia madre e un altro fratello si sono trasferiti a Mosca e non ho contatti con loro da diversi anni.
Sono laureata ma non trovavo lavoro. Mio padre non gode di ottima salute e non riesce più a mantenere la famiglia. Un'amica mi presenta Rudy, un uomo che può aiutarmi ad andare in Italia per lavorare nei ristoranti e nei locali come spogliarellista. Mi dice subito che se voglio posso fare la prostituta. Anche la sorella della mia amica, Tatiana, è in Italia ed è molto contenta. Forse anche per questo accetto e chiedo a Rudy di procurarmi i documenti per l'espatrio. La sorella della mia amica, rientrata al Paese, mi rassicura molto, mi dice di non preoccuparmi, che in Italia si sta bene e che ripartiamo insieme. Siamo partiti in auto: io, lei e Rudy.
Il viaggio verso l'Italia è difficile; alla frontiera mi fermano e mi rimandano in Moldavia. Mi procurano un altro passaporto e con quello riparto. Ci metto molto tempo per riuscire ad arrivare in Italia.

In Italia il ristorante promesso non c'è. Tatiana mi presenta il suo fidanzato albanese che mi ospita subito a casa sua. Mi dice che devo prostituirmi in strada e che tutto il guadagno dovrò darlo direttamente a lui o a Tatiana. Mi spiega tutto quello che devo fare e mi da un cellulare da utilizzare solo per chiamare lui. Imparo a mie spese che non c'è spazio per rifiutarsi.
Un giorno conosco un cliente che vorrebbe aiutarmi e ingenuamente gli dò il numero di cellulare. Quando l'albanese se ne accorge mi picchia, distrugge il cellulare, e mi minaccia. Non devo più parlare con nessuno. Anche Tatiana mi dice che non devo fidarmi di nessuno, soprattutto dei clienti.
La vita sulla strada diventa un vero inferno. Sono in strada sempre, con la pioggia, con il freddo, col sole a picco. Non posso intrattenermi con nessun cliente più del minimo indispensabile, altrimenti mi picchiano.
Una sera la polizia mi ferma e mi porta in Questura. Non ce la faccio e scoppio in lacrime, raccontando tutta la mia storia ai poliziotti. Loro raccolgono la mia denuncia e poi mi portano in una comunità di pronto intervento. Lì inizio un lungo percorso. All'inizio sono diffidente: non mi fido più di nessuno e chiedo di andare a vivere con un amico. Ci metto un po' di tempo a capire che devo rendermi autonoma.
Oggi non voglio più dipendere da altri e lavoro in un negozio.

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