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In fiera hai letto l'inizio...scopri com'è andata a finire

Boshra, Siria
Progetto migratorio: Europa

Mi chiamo Boshra, ho 33 anni e ho sempre vissuto a Damasco, in Siria.
Quando la guerra è arrivata a casa nostra, al campo di Yarmuk, dove vivevo con mio marito e i miei tre figli, abbiamo deciso di scappare. La via di fuga, per noi siriani, di solito è il Libano, e così anche noi abbiamo fatto.
Siamo rimasti in Libano per due anni, fino a quando scadevano i documenti palestinesi di mio marito, e abbiamo dovuto andarcene. Avremmo voluto raggiungere l'Europa, ma per quella tratta i trafficanti ci chiedevano 7mila dollari a testa: troppi per noi, così optammo per una meta più economica, e più povera: il Sudan.
Mi sembrava un posto terribile: c'erano insetti ovunque, si dormiva per terra, non c'è nulla.
Lì scoprii di aspettare il mio quarto figlio, ma in Sudan non volevo partorire, gli ospedali non mi sembravano sicuri. Con mio marito valutammo che non avevamo i soldi per partire tutti, e insistette perché partissi io con Wahel, il mio figlio maggiore, che aveva 15 anni, che poteva così accompagnarmi e assistermi.
Demmo fondo a tutti i nostri risparmi e ci affidammo ai trafficanti di Khartoum: 6mila dollari in due fino alla spiaggia da cui ci saremmo imbarcati. Viaggiammo in auto, in carovane, a volte costretti a soste di giorni ,rinchiusi in stalle con gli animali. Cambiammo diverse vetture e trafficanti.
Dopo due mesi di viaggio, una notte, mentre eravamo rinchiusi con altri profughi in un appartamento di Ajdabiya, per me iniziò il travaglio: il nostro accompagnatore non mi volle portare in ospedale ma promise di cercare una levatrice. Ma non arrivava nessuno, e nessuno. I dolori erano fortissimi, molto più forti degli altri parti che avevo avuto. Ero spaventata, avevo bisogno di aiuto ma non c'era nessuno.
Fu solo Wahel ad aiutarmi: diventò grande quella notte. Mi aiutò a partorire e poi tagliò il cordone ombelicale di suo fratello, si occupò di noi.
Avevo poche forze, ma partimmo dopo pochi giorni su una barca stracolma.

Siamo arrivati a Milano due mesi dopo lo sbarco. Veniamo accolti a Casa Suraya, un centro per i rifugiati in cui ci siamo sentiti sicuri. Hanno visitato il mio piccolo all'ospedale, oggi stiamo bene tutti e tre e siamo in attesa della risposta alla nostra domanda di asilo.
Ma metà della nostra famiglia è ancora in Sudan.

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